mercoledì, novembre 02, 2011

In memoria di Pier Paolo Pasolini

In memoria di Pier Paolo Pasolini: analisi del suo pensiero, oggi più vivo che mai
2 novembre 2011
di Lorenzo Repetto

Il 2 novembre 1975 moriva a Roma, in circostanze ancora lungi dall’essere chiarite, Pier Paolo Pasolini. Un personaggio talmente eccezionale che, analizzarne gli innumerevoli aspetti e caratteristiche in un unico brano, sarebbe impossibile oltreché limitativo.

Basti osservare la definizione che di lui fornisce wikipedia: “scrittore, poeta, giornalista, drammaturgo, sceneggiatore, regista, attore e montatore”.

Tuttavia, in questa peraltro già ricca caratterizzazione, mancano, a mio parere, alcune qualità che, in assoluto, lo identificano meglio di tutte le altre; abilità riassunte in tre termini: sociologo, antropologo, in aggiunta, ovviamente, a quello di intellettuale, che mai come nel suo caso, è da ritenersi calzante.

Per questo oggi, a trentasei anni dalla sua scomparsa, non cercherò di analizzare tutto Pasolini, in ogni suo ambito, anche perché esistono personaggi ben più illustri ed autorevoli del sottoscritto che hanno proposto diverse letture in tal senso. Nel mio piccolo proverò, attraverso una riflessione del tutto personale, a focalizzare l’attenzione sul Pasolini, appunto, sociologo, antropologo ed intellettuale, prendendo spunto da alcuni suoi libri, fra cui Passione e Ideologia, Scritti Corsari e Lettere Luterane, e da diversi pezzi da lui scritti per molteplici occasioni (da editoriali apparsi su quotidiani, a riflessioni fino a brani scritti in occasione di congressi di partiti o movimenti politici). Come potrete notare, a mano a mano che i suoi scritti si faranno più maturi e complessi, limiterò i miei commenti lasciando doverosamente spazio alle sue parole, riportate fedelmente. Credo che sia il modo migliore per ricordare le sue idee, i suoi pensieri, i suoi progetti. Ciò che mi auguro possa emergere da questo, per forza di cose, lungo pezzo (che ho tentato di “alleggerire” dividendolo in cinque sezioni), sarà la sua straordinaria preveggenza, riguardante sia le trasformazioni politiche della nostra società sia, soprattutto, quelle antropologiche.



1°PARTE. PASOLINI LETTERARIO VELATO DI POLITICHESE.

Il Pasolini “politico” inizia, almeno ufficialmente, con l’iscrizione al Partito Comunista Italiano nel 1947, a venticinque anni d’età. Non aveva partecipato alla resistenza, cosa che invece aveva fatto il fratello minore Guido Alberto, nelle fila delle Brigate bianche Osoppo. Egli morì per mano di partigiani comunisti e non, come si disse in un primo tempo, a causa dei nazifascisti. Cosa che lo stesso Pasolini rivendicherà nella risposta ad un articolo apparso sulla rivista “Il Mondo Nuovo”, del partito Psiup (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) nella quale definirà sia l’autore del pezzo sia, invece, coloro che hanno ucciso suo fratello “fascisti rossi”, come si usava negli ambienti di destra dell’epoca.

Dopo soli due anni Pier Paolo, nel 1949, verrà espulso dal partito per indegnità morale, susseguente a denuncie di omosessualità nei suoi confronti.

Nonostante questo egli rimarrà, pur da soggetto esterno, da “fiancheggiatore”, come amò definirsi, sempre accanto al partito.

Nei primi anni del dopoguerra, pur lasciando chiaramente trasparire un pensiero politico già importante, anche se ancora acerbo rispetto ai suoi scritti successivi, egli rimarrà legato alle sue passioni giovanili, ossia la letteratura e la poesia. Ed infatti i suoi primi “ammonimenti” alla società in fase di cambiamento verranno portati attraverso brani in poesia e/o prosa.

Rimane, pertanto, in questa fase un critico letterario “velato di politichese”. Celebre, dei primissimi anni cinquanta, è un suo scritto nel quale parla di letteratura borghese. In particolare sottolinea due tipi di letteratura borghese: quella densa di “ipocrisia, puritanesimo, pornografia e sentimentalismo, che soddisfa la maggioranza della popolazione. E quella che è tutta intelligenza, ricchezza, fantasia, audacia e spregiudicatezza, contro e fuori il gusto delle masse borghesi”.

Per tutto il decennio dei cinquanta può essere definito un pensatore defilato, innamorato della letteratura e di una nuova forma espressiva, il cinema, che lo coinvolgerà moltissimo.



2°PARTE. PASOLINI DIVENTA “POLITICO” PRIMA DEL SESSANTOTTO: LA SOCIALDEMOCRAZIA IN CHIAVE NEGATIVA, RILETTA ATTRAVERSO MARX E, SOPRATTUTTO, ENGELS

La sua aspra critica al mondo borghese emergerà, con tutta la sua invettiva, all’inizio degli anni sessanta. E’ in questo periodo che, facendo sue alcune idee del filosofo Engels, ed altre di Marx, delinea nel suo pensiero la speranza di un’egemonia culturale della maggioranza (operai e bassi impiegati); un’egemonia culturale che possa diventare un’egemonia politica. Durante questi anni accentua le sue idee socio-politiche portandole su posizioni dichiaratamente dicotomiche, tipico aspetto della cultura marxista. In primis contrappone la spinta neocapitalistica della neonata società dei consumi alla decadenza rivoluzionaria di coloro che, in quel momento, stanno (secondo lui) tradendo gli ideali della resistenza, con una sproporzione di forze che lascia dentro un “terribile vuoto esistenziale”. In seconda istanza mette a confronto, nell’epigramma A un papa, “la Chiesa dei poveri cristi popolari e l’irreligiosità del neocapitalismo di Pio XII”, facendo emergere tutte le contraddittorietà effettivamente presenti in seno al mondo ecclesiastico.

A metà anni sessanta, più o meno in coincidenza con il mancato colpo di stato (Piano Solo del 1964) del capo del Sifar De Lorenzo, iniziano i suoi scritti prettamente politici, il primo dei quali è indirizzato a Pietro Nenni del Partito Socialista. In questo pezzo Pasolini, pur non condividendo, concettualmente, un governo di centro-sinistra e bocciando in sé l’idea di socialdemocrazia, riesce ad individuare in quel tipo di esecutivo un “granellino di democrazia”, cosa alla quale gli italiani non erano più avvezzi da decenni. Inoltre riconosce a Nenni, seppur indirettamente, l’aver favorito la nascita dei movimenti studenteschi, “non come movimenti d’elite, ma come movimenti di massa”, anche se, come vedremo, la sua posizione riguardo al movimento studentesco del 68 risulterà piuttosto complessa e, se non analizzata con attenzione, all’apparenza anche contraddittoria.

Nel Pasolini di questo periodo è sempre ben radicata l’idea “engelsiana”, più che marxista, secondo cui la classe operaia, divenuta maggioritaria, avrebbe potuto realizzare il suo progetto senza rivoluzioni traumatiche ma per via pseudo-democratica.

Nei suoi brani dell’epoca si può chiaramente evincere la sua avversione per il cosiddetto “socialismo reale”, o per, come dice lui, la “liberalizzazione del comunismo”, poiché egli ritiene che la socialdemocrazia, e quindi l’idea riformistica del concetto di comunismo, rappresenti una forma di complicità dei socialisti con i padroni e, in sostanza, la morte stessa dell’idea che stava alla base di quella dottrina politica.

Se vogliamo vedere in questo una delle sue preveggenze, in effetti è poi accaduto che con la cosiddetta Perestrojka di Mikhail Gorbaciov il sistema comunista (ammesso che lui lo riconoscesse come positivo ed “autentico”, cosa sulla quale nutro fortissimi dubbi) sia crollato nel giro di poco tempo. Anche se, come è ovvio, il fallimento di quel modello politico non è da addossare unicamente al premier sovietico di quegli anni, bensì alle enormi contraddizioni interne al sistema stesso.

Tuttavia se, almeno nei suoi ideali, la socialdemocrazia rappresentò sempre un sistema da combattere perché in grado di spegnere gli entusiasmi rivoluzionari della classe proletaria e, di fatto, di portare gli stessi all’accettazione di un’altra versione di un mondo pur sempre borghese e in altro modo imborghesito, egli seppe dimostrare anche concretezza, aspetto che emerse in un suo brano intitolato “Per una polizia democratica”. In questo pezzo egli considera, per la prima (ed ultima) volta, l’utilità del riformismo. E lo fa tenendo conto del particolare contesto nel quale avrebbe dovuto agire, ossia quello del “Potere repressivo”. E’ qui, infatti, e solo in questo particolare mondo, che la socialdemocrazia è da preferire alla metodologia di potere in atto, ossia quello fascista. Secondo Pasolini, infatti, la democrazia parlamentare borghese rimane, pur con tutti i suoi difetti e le sue limitazioni, se non altro, una forma di esercizio del potere alla luce del sole, mentre tutto è nascosto e celato in quello che lui, appunto, chiama mondo del potere repressivo. Un mondo rappresentato dalla polizia e, soprattutto, dai servizi segreti.

Anche in questo caso la sua totale condanna nei confronti del mondo dell’intelligence italiana risulterà a dir poco preveggente, alla luce di quanto accadrà, di lì a breve, durante la cosiddetta strategia della tensione, dalla strage di Piazza Fontana del 1969 sino a quelle, almeno, di Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus, entrambe nel 1974. Su questo aspetto tornerò, brevemente, con un suo pezzo intitolato “Cos’è questo golpe?”.

Detto ciò resta il fatto che, escluso questo particolarissimo contesto, secondo Pasolini riformismo e socialdemocrazia rimangono due concetti socialmente, culturalmente ed antropologicamente negativi.



3°PARTE. PASOLINI E IL SESSANTOTTO: STUDENTI, POLIZIOTTI E CRITICA DEL SISTEMA BORGHESE DA UNA POSIZIONE “PROTO-NO GLOBAL”.

Arriviamo al sessantotto, e a tutte le sue “facce”. E’ da qui in poi che il suo pensiero, già estremamente lucido e pungente, diverrà celeberrimo, con alcuni suoi scritti passati, giustamente, alla storia.

Il primo è un componimento poetico famosissimo, passato alla storia come “Vi odio cari studenti”, che riguardava gli scontri fra studenti e poliziotti avvenuti a Valle Giulia. Questi versi vennero interpretati non correttamente da moltissime persone, fra cui molti politici e intellettuali di sinistra. Egli, qualche tempo dopo, chiarirà: “Nella poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di Architettura di Roma. Il titolo “Vi odio cari studenti” non era il mio. E’ stato inventato dal rotocalco e si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse mio. I poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescio, in quanto il potere, oltre che additare all’odio razziale i poveri ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un’altra specie di odio razziale. Nessuno dei consumatori si è soffermato su questa parte, limitandosi al primo paradosso introduttivo”.

In realtà egli non condannava la lotta di classe che, ovviamente, vedeva invece come un must per una futura affermazione della sua concezione politica, ma non condivideva che a portarla avanti fossero figli di borghesi, in una sorta di guerra civile tutta interna alla borghesia stessa. Inoltre non accettava il fatto che le vittime designate di tale ribellione fossero persone, come i poliziotti, figli di poveri, sostanzialmente i veri proletari, rispetto agli studenti.

In questo contesto si può inserire l’idea di Pasolini secondo la quale la borghesia, attraverso la forma di potere egemonico detto tecnocrazia, stesse imponendo dall’alto un pensiero unico, elaborando un nuovo tipo di cultura e di lingua nazionale a sua immagine e somiglianza.

Anche in questo caso egli può essere considerato un precursore di quel tipo di pensiero che, negli ultimissimi anni, ha portato illustri pensatori a sposare una causa sicuramente non favorevole alla globalizzazione.

Sempre in linea con quanto detto pocanzi, è il primo numero della sua rubrica sul giornale IL TEMPO, che può essere considerata una sorta di manifesto programmatico della sua ideologia. Qui di seguito riporto qualche passo estremamente significativo:

“Ci sono terrorismi alla destra, clerico-fascista di questo mondo; e terrorismi alla sinistra. E non parlo solo del terrorismo staliniano… ma anche del terrorismo della nuova sinistra italiana (lo snobismo estremistico di certi adepti del Psiup è la cosa peggiore che abbia prodotto la borghesia italiana dopo il fascismo).

Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che (ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente lo sono con rabbia, dolore e umiliazione. Il lettore certamente sa che io sono comunista, ma ho tanti avversari fra i comunisti quanti fra i borghesi.

Io per borghesia non intendo tanto una classe sociale, quanto una vera e propria malattia. Talmente contagiosa che ha contagiato quasi tutti coloro che la combattono: dagli operai settentrionali, agli operai immigrati dal Sud, ai borghesi all’opposizione, ai “soli” come son io.”



4°PARTE. PASOLINI E I CAMBIAMENTI DELLA SOCIETA’: CRITICA DEL CONSUMISMO, CONDANNA DEL “REGIME” DEMOCRISTIANO ATTRAVERSO IL PROCESSO, STRATEGIA DELLA TENSIONE E PREVEGGENZA SUGLI SCENARI POLITICI ITALIANI FUTURI.

Conclusosi, almeno secondo l’autore, il movimento del sessantotto (in realtà l’onda lunga proseguirà nel decennio successivo), il suo pensiero trova sfogo in Scritti corsari, un’opera che raccoglie le sue idee su tutto ciò che riguarda le trasformazioni in atto nella nostra società nei primi anni settanta. Un’opera, a dir poco, lungimirante.

Il primo significativo brano riguarda la sconfitta del referendum abrogativo sul divorzio, proposto dalla Democrazia Cristiana e dal M.S.I, nel 1974. Discorso nel quale sottolinea, da un lato, l’incapacità della Democrazia Cristiana di comprensione dei cambiamenti culturali in atto nella nostra società. Una società “più progredita di quella del vecchio sanfedismo contadino e paleoindustriale”. Ma dall’altro considera anche Berlinguer e il Partito Comunista non in grado di capire le modificazioni antropologiche del nostro paese, e li accusa, in un certo senso, di salire sul carro dei vincitori senza averci creduto fin dall’inizio. Dopo questa breve introduzione, Pasolini allarga la sua riflessione. E, con tristezza, ammette che nel nostro paese non è in atto una vera rivoluzione democraticamente laica e progressista. Egli, infatti, ritiene che l’italiano medio stia cambiando, sì, ma che lo stia facendo attraverso il passaggio dai vecchi valori “sanfedisti e clericali”, tipici del mondo contadino e pre-industriale a quelli, definiti “edonistico-consumistici”, che diverranno il pilastro della neo-nascente società di massa. Valori direttamente imposti dal potere attraverso subdole campagne di promozione dei prodotti, identificati come indispensabili ed imprescindibili, a prescindere dal fatto che essi lo siano realmente. Egli percepisce una sorta di “filtro borghese-consumistico” a quell’apparente rivoluzione laica, nella quale lui fa capire di credere. Un filtro che, pertanto, la rende non più pura ma semplicemente uno strumento che il potere utilizza per asservire la massa nell’intento di omologare culturalmente sotto un’unica bandiera tutto il popolo, dai piccoli borghesi agli operai, fino ai sottoproletari. Un’analisi che lo porta a considerare la nuova società “modernizzante e falsamente tollerante, perché nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore” e proprio per la novità dell’anomalia proposta da questa “ventata”, vede in questo nuovo tipo di cultura un nemico “tanto del fascismo tradizionale quanto del progressismo socialista”.

Quanto mai intelligente è una battuta presente in un suo film, SALO’ o LE 120 GIORNATE DI SODOMA, in cui si dice: “In una società in cui tutto è proibito si può fare tutto. In una società dove è permesso qualcosa, si può fare solo quel qualcosa”.

Vi è poi un’intervista rilasciata a Guido Vergani, su “Il Mondo”, del luglio 1974. Un’intervista nella quale ribadisce le sue convinzioni. Egli afferma che l’adesione, anche passionale, della gente alle chiamate sulle grandi questioni storiche è apparentemente una vittoria dei comunisti, ma in realtà è frutto della volontà del “nuovo potere”. Un nuovo potere che si nutre del “consumo e della cultura di massa”. Una massa che si crede comunista o progressista, e che magari lo è anche formalmente, ma che in realtà vive una sorta di “plagio” attuato dai nuovi potenti. Questo plagio ha fatto sì che negli italiani sparisse il concetto di sacrificio, di gavetta, che era proprio di quelle generazioni che hanno vissuto o che uscivano dai conflitti mondiali. Ed ora il nuovo potere, secondo lo scrittore, è un “nuovo Fascismo che fonda il suo potere sulla promessa della comodità e del benessere. E gli italiani non sono più disposti ad abbandonare quel tanto di comodità e benessere (sia pur miserabile) che hanno in qualche modo raggiunto”.

E’ in questi anni che prende corpo, in lui, una critica feroce anche verso coloro i quali, dal secondo dopoguerra in poi, siedono sulle poltrone della politica che conta, ossia quello che lui definisce “il regime democristiano”. Una critica divenuta un lucidissimo parallelo fra il mondo consumistico e quello democristiano destinato, quest’ultimo, dopo essere andato a braccetto per un pò con l’altro, a soccombere. Un potere, quello dc, che giunti alla metà degli anni settanta, secondo Pasolini, è diventato frivolo, solo di facciata. Questo perché, a suo dire, dietro quegli uomini al comando non è presente nulla se non un enorme vuoto di potere, che “verrà riempito attraverso una crisi ed un riassestamento che non può non sconvolgere l’intera nazione”. Di seguito a questo discorso vanno collegati due suoi interventi del 1975, nei quali chiede, in maniera piuttosto esplicita, ai dirigenti del partito socialista e di quello comunista di processare in tribunale quei dirigenti democristiani che hanno portato il paese a quella situazione. In particolare afferma: “Andreotti, Fanfani, Rumor e almeno una dozzina di altri potenti democristiani dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati ed accusati di: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia, Bologna (treno Italicus, ndr). Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. La rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla.

Nell’ipotesi, del resto utopistica, che tutti i processi fermi (Valpreda, Pinelli, golpe Borghese, delitti e bombe nere) fossero portati a termine da una magistratura indipendente e al di sopra del potere politico, si giungerebbe fatalmente al Processo di cui parlo io. E forse ci si giungerà. Ma sarà troppo tardi, quando ormai altri giochi saranno fatti. E allora, e soltanto allora, quel Processo sarà inutile”.

All’epoca nessuno prese sul serio questo suo “fiume in piena”. Tuttavia è incredibile pensare e ri-collegare tutto il suo pensiero oggi, nel 2011. Egli affermava che la società consumistico-edonistica dell’epoca stesse spazzando via il potere, o meglio, il regime democristiano, sostituendolo con i propri valori capitalistici e creando un vuoto di potere che sarebbe stato colmato da enti prettamente economico-imprenditoriali dopo eventi per forza traumatici. Come non vedere le mancate verità sulle stragi e i misteri di Stato (che continueranno anche dopo la sua morte, dalla strage della stazione di Bologna, a Ustica, fino alle stragi di Via d’Amelio e Capaci), da un lato, e l’evoluzione e la transizione dalla Prima (degradata Repubblica) alla Seconda (altrettanto degradata, se non di più) Repubblica, con lo scoppio di tangentopoli e lo stragismo mafioso quali eventi traumatici, dall’altro? Senza tener conto, dopo l’ecatombe di tangentopoli, della strada spianata a Silvio Berlusconi, simbolo di quegli enti prettamente economico-imprenditoriali di cui sopra.

In questo paragrafo rimane ancora da analizzare il suo scritto, già citato in precedenza, Che cos’è questo golpe?. Un pezzo pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974. I temi toccati in questa specie di “memoriale sullo stragismo in Italia” sono durissimi e coinvolgono diverse entità del nostro stato.

Pasolini dice di conoscere gli autori materiali delle stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia e del Treno Italicus, afferma anche di sapere chi siano coloro i quali congiuravano contro il nostro paese nella speranza di un golpe reazionario di stampo fascista, e inoltre è convinto di sapere anche da quali e quanti membri sia composto il “vertice che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli ignoti autori materiali delle stragi più recenti”.

Parla di doppia fase di strategia della tensione, una terminologia che verrà successivamente adottata nei numerosissimi processi e libri riguardanti lo stragismo italiano di quel quindicennio, almeno. Una tensione prima anticomunista (ossia bombe nere e attribuzione delle responsabilità ai comunisti) e poi antifascista.

Poi sposta il tiro su un gruppo di potenti (probabilmente italiano) collegato alla Cia americana, che avrebbe gestito il tutto, e che sarebbe sempre presente, seppur nell’ombra, dietro “le suicide atrocità fasciste e dietro i malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione (aggiungo io a volte inconsapevolmente) come killer e sicari.

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista)”.

Anche in questo caso è lampante come egli avesse già non solo intuito ma anche, sostanzialmente, compreso l’esistenza di quelle organizzazioni massonico-eversive coperte e segrete, con forti collegamenti con l’oltranzismo atlantico, di cui la nostra storia recente è permeata e che verranno alla luce diversi anni dopo la morte dello scrittore. Come non pensare allo scoppio dello scandalo della Loggia Massonica Coperta P2 (1981), all’altro scandalo dell’organizzazione paramilitare della Nato GLADIO (1990), o a tutte le inchieste sulle diverse deviazioni dei servizi segreti, in più epoche (SID parallelo, prima, SUPERSISMI e SISDE deviati, poi). Eccolo il vertice che, in collaborazione con la Cia (o forse sottomesso alla Cia stessa), manovrava tutte le componenti citate da Pasolini, dai neofascisti alla criminalità comune. Ripeto, come già sottolineato, a volte anche a loro, almeno parziale, insaputa.

Egli afferma di sapere tutto questo ma di non avere né prove né indizi. Lui dice di aver capito tutto perché è un intellettuale, una figura in grado di collegare tutti i fatti, anche quelli più inspiegabili e misteriosi, in un puzzle non così complicato come si vuol far credere. E l’intellettuale può, pur non avendo materiale schiacciante a disposizione (a differenza di giornalisti e politici) dire queste cose, poiché non è compromesso con il potere come lo sono proprio taluni giornalisti e i politici.

Secondo Pasolini “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia“. Ciò nonostante da noi, secondo lo scrittore, esiste un’opposizione, guidata dal Partito Comunista, che può salvare il nostro paese e le sue istituzioni democratiche così fragili.

“Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico”.

Nonostante questa apertura egli poi passa ad una considerazione più ampia e meno scontata, nella quale considera l’opposizione pur sempre facente parte del potere, anche se dell’altro potere. Una partecipazione “altra” al potere che obbliga gli uomini del partito a comportarsi come uomini di potere, e quindi con il dovere di non denunciare i responsabili della tensione e di non fornire agli intellettuali liberi, come lui definisce sé stesso e pochi altri, il materiale per poter provare e motivare la loro “intuizione”.

L’ultimo spunto di un certo interesse è in fondo al pezzo, nel quale egli, pur con tutte le riserve del caso, dichiara: “credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato”.

Ecco che qui già intravediamo l’ultimissimo Pasolini, quello sì critico e tranciante, ma anche quello non del tutto titanico e rassegnato nei confronti del mondo politico nostrano. Un Pasolini propositivo, che crede ancora in un partito politico, quello Comunista, come unico in grado di salvare il paese (pur con tutti i limiti del caso) e che, come vedremo nell’ultimo paragrafo, avrà in serbo molte proposte per “migliorare” la situazione tragica, ma non del tutto irreversibile, nella quale versa l’Italia nelle ultimissime settimane di vita dello scrittore.



5°PARTE. L’ULTIMO PASOLINI, DAL CRITICO AL PROPOSITIVO: DISCORSO SULLA RIFORMA DELLA TELEVISIONE E DELLA SCUOLA PUBBLICA E INTERVENTO AL CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE.

Ed eccoci arrivati all’ultimo Pasolini. Un Pasolini che può essere riassunto in due momenti, come già scritto nel titolo di questo sottoparagrafo. Il primo, sottoforma di un dibattito con Alberto Moravia, affronta la delicatissima tematica di una possibile riforma della televisione e della scuola pubblica.

Il discorso di Pasolini inizia da quello che lui definisce, in modo marxista, il “genocidio culturale“ che la borghesia sta perpetrando ai danni, in particolare, delle “culture particolaristiche (popolari)”. Affronta poi un argomento estremamente complesso, ossia il disequilibrio fra gli aspetti culturali e lo stato economico che genera atteggiamenti di infelicità e di aggressività nei giovani, in particolare nel mondo del proletariato e del sottoproletariato. Questo perché il dilagante costume borghese sta mascherando la loro povertà, facendola apparire un cambiamento in positivo del loro tenore di vita.

Dopo questa introduzione, egli si sofferma sulla scuola dell’obbligo, all’interno della quale aggiungerebbe materie quali “la scuola guida, con annesso galateo stradale, problemi burocratici di ogni tipo, elementi di urbanistica, ecologia, igiene, sesso. E soprattutto molte letture, molte libere letture liberamente commentate”.

Poi passa alla televisione. E qui rivendica la pluralità della stessa, una pluralità alla luce del sole, autentica, in modo tale che i partiti non debbano più “sbranarsi” per ottenere il loro spazio. Uno spazio egualitario, cosicché lo spettatore possa “scegliere e criticare, diventando un coautore, e non un tapino che vede e ascolta, tanto più represso quanto più adulato. Il telespettatore deve poter scegliere e confrontare le notizie, cessando di subirle. Nascerebbe una stupenda concorrenza e il livello dei programmi salirebbe di colpo”.

Come possiamo notare in queste parole è presente un Pasolini, almeno in parte, nuovo. Sicuramente più propositivo, certamente più riformista rispetto alle sue posizioni di qualche anno prima. Lo scrittore lascia intendere che, in qualche modo, è possibile modificare in meglio alcuni aspetti della società, senza dover necessariamente abbatterne tutte le fondamenta e le certezze.

Ora vorrei concludere questo lungo, anche se assolutamente limitato e sicuramente insoddisfacente “saggio sul pensiero pasoliniano” con l’ultimo intervento dello scrittore prima della sua scomparsa. Un intervento durante un congresso del Partito Radicale.

- Il primo paragrafo riguarda un’inconsueta classificazione delle persone “positive” dal punto di vista dei diritti. Egli le suddivide in:

Coloro che non sanno di avere diritti
Coloro che sanno di avere diritti ma non li pretendono e, spesso, ci rinunciano
Coloro che lottano per i diritti degli altri
Poi parla, sempre dicotomicamente, di sfruttati e sfruttatori. Infine considera alcuni intellettuali, definiti intellettuali impegnati, come coloro che “fanno sapere a coloro che non lo sanno di avere dei diritti; che incitano quelli che ci rinunciano a non rinunciarvi; che spingono tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri”.

- Nel secondo paragrafo egli individua, fra gli intellettuali precedentemente menzionati, una parte di giovani estremisti, di estrazione chiaramente borghese. In questo caso Pasolini crede che la guerra portata avanti da questi giovani sia, in realtà, “un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti). Coloro che non sanno di avere diritti e coloro che lo sanno ma ci rinunciano rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello. Essi sono, con inconscia ipocrisia, lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un esercito di paria puri, in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti”.

- Nel terzo paragrafo parla ancora degli estremisti, e li considera come “coloro che insegnano agli altri che padroni e sfruttati devono avere stesse prerogative, identiche felicità. Il risultato è un’identificazione che si risolve in una democratizzazione in senso borghese”.

Questo concetto, oltremodo complesso, può essere esplicitato nel fatto che questi intellettuali estremisti, con il loro modo di agire, abbiano persuaso le persone più “bisognose” di diritti e di coscienza sociale a cercare di ottenere dei successi uguali a quelli raggiunti dai loro “superiori”. Dei successi, sostanzialmente, borghesi, figli del mondo e della cultura borghese e, quindi, nulla di positivo, di buono, di rivoluzionario, di puro. Ed anzi, paradossalmente, una linfa di vitale importanza per la sopravvivenza della stessa cultura borghese.

- E’ nel quarto paragrafo che Pasolini, in un certo senso, spiega quanto detto nel punto precedente. Egli distingue fra estremisti e comunisti: i primi lottano per i diritti civili in modo pragmatico, con l’obiettivo finale di equiparare sfruttati e sfruttatori all’interno di valori ed ideali propri della società consumistica, edonistica e borghese attuale, senza nessun cambiamento evidente. I comunisti, invece, a suo dire, lottano per le medesime cose, ma nella speranza di arrivare ad un nuovo stato delle cose. Uno stato di “alterità, e non di semplice alternativa” nel quale non risulti possibile, in alcun modo, un’amalgama, o peggio una fusione fra i due stati sociali.

- Nel quinto paragrafo Pasolini propone un parallelo fra vecchio e nuovo capitalismo. Il vecchio capitalismo, successivo alla prima rivoluzione industriale, induceva bisogni non troppo distanti da quelli primari. Quelli indotti dal nuovo capitalismo, invece, successivo alla seconda rivoluzione industriale, secondo lo scrittore sono”totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché il nuovo capitalismo non si limiterebbe storicamente a cambiare un tipo d’uomo, ma l’umanità stessa. Il neo-consumismo può creare rapporti sociali immodificabili, a differenza del primo, nel quale i rapporti sociali rimanevano, comunque, modificabili. E lo farà creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo); oppure, com’è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all’utopia o al ricordo”.

Quanto aveva ragione Pasolini mentre scriveva queste parole. Visto tutto quanto con gli occhi di un uomo di oggi non possiamo che constatare come l’Italia, dal punto di vista dell’acquisizione dei diritti sociali ed umani (tanto faticosamente conseguiti nei primi anni settanta, sia nel diritto del lavoro, sia da un punto di vista etico-famigliare-sessuale) sia in fortissimo deficit nei confronti degli altri paesi. Quell’apparente tolleranza, che si esprime nell’attuale disinibizione a parlare e mostrare la propria vita sessuale (vissuta oggi alla stregua di un aspetto indispensabile dell’esistenza umana), è in realtà, appunto, solo apparente. Nel nostro paese le persone omosessuali, ancora oggi, sono fortemente discriminate, sia legislativamente, sia nella vita di tutti i giorni. Allo stesso tempo le regressioni palesate negli ultimissimi “attentati al diritto del lavoro” perpetrati dal governo e dalle grandi aziende ai danni dei lavoratori e delle loro famiglie, sono sempre la diretta conseguenza della falsa tolleranza e della falsa realizzazione dei diritti civili, di cui Pasolini parlava già a metà anni settanta. Questo perchè, probabilmente, vedeva quelle conquiste solo come temporanee e, soprattutto, in un qualche modo paradossalmente funzionali all’espansione del nuovo tipo di società e di potere. Ecco tutta la fragilità democratica di quelle battaglie, di quelle sacrosante lotte. Una fragilità dettata da una conquista in parte strumentalizzata ed in parte ottenuta all’interno di un mondo che, in realtà, andava e va tuttora in una direzione agli antipodi rispetto alla volontà di progredire nel campo dei diritti umani e civili.

- Nel sesto paragrafo lo scrittore si concentra sul rapporto tra le due macro-culture presenti negli anni in cui egli vive: quella della classe dominante e quella della classe dominata. E’ necessario, secondo Pasolini, che il rapporto fra le due culture resti il più possibile paritario, senza che quella dominante cancelli quella dominata. Fa cosa buona e giusta, insomma, chi lotta per “la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura”.

- Negli ultimi due paragrafi conclude con il timore che gli intellettuali stiano in realtà facendo il gioco del potere e che, in definitiva, essi finiscano per venirne assimilati, “tradendo” il compito di mantenere modificabili i rapporti sociali. In tal senso afferma: “tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto della bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici”.

Dopo cotante parole, pensieri, ragionamenti e riflessioni, sarebbe davvero sciocco aggiungere un ulteriore commento. Anche perché risulterebbe inappropriato, inadatto, inadeguato, probabilmente anche un po’ stonato, pur non trattandosi di componimenti musicali.

Dire ed affermare i concetti di Pasolini, oggi, è facile, molto più facile. Forse potrebbe apparire addirittura un po’ scontato.

Ma, anche per pochi istanti, provate a fermarvi un attimo, a riflettere su come un uomo nato nel 1922 potesse aver partorito idee, pensieri, concetti simili trentacinque-quarant’anni fa.

Un periodo nel quale si potevano, forse lontanamente, intravedere alcuni prodromi di ciò che sarebbe accaduto poi. Ma sicuramente era impensabile che una mente umana potesse prevedere con una così spiccata lungimiranza, ciò che, esattamente, sarebbe successo nel nostro paese ad ogni livello, da quello politico, a quello sociale, persino fino a quello antropologico.

Pier Paolo Pasolini, con la sua sterminata cultura, con il suo eloquio maledettamente elevato e forbito, con la sua spiccata acutezza, con la sua inarrivabile perspicacia socio-antropologica, con la sua dissacrante lucidità politica, con il suo impareggiabile coraggio intellettuale ha rappresentato il livello massimo che il mondo intellettuale italiano potesse offrire al nostro paese nel ventesimo secolo.

Un uomo così straordinario da riuscire ad essere attuale, con le sue liriche e i suoi scritti, ancora oggi, a distanza di oltre trentacinque anni dalla sua scomparsa.

Un uomo che ha insegnato, oltre a tutto quanto già detto e menzionato, ad avere il coraggio di essere sempre sè stessi, non ultima la forza di dichiararsi omosessuale in un periodo nel quale farlo significava alienarsi le simpatie ed inimicarsi la maggior parte delle persone.

E pensate che ho parlato solo del Pasolini pensatore, senza considerare tutte le altre virtù citate in cima al pezzo.

Quanto manca, oggi, in Italia, una persona così.

In ricordo di Pier Paolo Pasolini, probabilmente il più grande intellettuale italiano del ventesimo secolo.







Per chiarezza ogni termine o frase riportato fra virgolette appartiene all’autore del pezzo. Viceversa ogni termine o frase riportato fra virgolette ed in grassetto appartiene al grande Pier Paolo.

Un ringraziamento particolare va a Giorgio Galli e alla sua opera “PASOLINI, COMUNISTA DISSIDENTE”. Un libro che, assieme alle letture dello stesso Pier Paolo, mi ha aiutato moltissimo a comprendere, e in qualche caso, data la mia ignoranza, a “tradurre” l’immenso patrimonio che Pasolini ci ha lasciato.

Lorenzo Repetto è nato a Genova nel 1985, si è laureato in Tecniche di Radiologia Medica all’Università di Genova nel 2007. Ha conseguito il Master di Primo livello in Management e Coordinamento per le Professioni Sanitarie presso l'Università Unitelma La Sapienza a Roma nel 2011. Attualmente lavora presso l’Azienda Ospedaliera di Alessandria e vive ad Ovada, sempre in provincia di Alessandria. Musica, giornalismo, storia contemporanea, politica e sport sono le sue passioni da sempre. Nei ritagli di tempo collabora con il gruppo musicale S.P.456 come tastierista-corista. Suona anche chitarra elettrica, basso elettrico e batteria, e predilige generi musicali quali il Blues, il Rock (in particolare quello hard-prog stile Deep Purple e P.F.M) e il Jazz. Inoltre scrive sul blog Reset-Italia.net, sviluppando riflessioni su politica, storia contemporanea, sociologia, attualità, religione, ecologia, sport, televisione, costume e diritti umani. Ha, infine, in progetto un libro con le sue riflessioni più "riuscite".

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